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Per
avere informazioni sulle modalità da seguire per pubblicare gli articoli
rivolgersi al Dott. Carlo Fornesi
(Responsabile Scientifico Tossicodipendenze.net) inviando una
e-mail all'indirizzo carlo.fornesi@oceanfree.net
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-Di
gruppo in gruppo: l'esperienza dei gruppi di auto mutuo aiuto
-Le
dipendenze patologiche
-La
terapia familiare nelle tossicodipendenze: quale modello utilizzare in un
contesto pubblico. SerT A.S.L. 4 Chiavarese
-I
gruppi di auto aiuto: invio, facilitazione e sostegno al programma dei "12
Passi"; il ruolo del professionista
-Il trattamento
della tossicodipendenza: l'esperienza del CENTRO IMAGO di Torino
-I
paradossi della droga: una indagine psico-antropologica
-Gli
abusi di sostanze
-Cocaina…e
sai cosa è meglio perdere!
-Dal
vecchio bacco al nuovo etilismo
Metodi
e obiettivi nella psicoterapia delle dipendenze patologiche
Seguire
in terapia individuale persone che presentano un quadro di dipendenza (da
sostanze, alcool, cibo, gioco d’azzardo ecc.) non è impresa facile. Ho
cercato di sintetizzare alcune delle cose che secondo la mia esperienza ha
senso provare a fare. Non si tratta di un manuale di psicoterapia né di
una “bibbia” da seguire, ma solo di ciò che è emerso dalla mia
formazione e dalla mia esperienza clinica.
E’ utile cominciare con una attenta valutazione del
singolo caso:
Þ
tipo di
richiesta (Servizio pubblico, famiglia, individuo, altri)
Þ
tipo di
dipendenza (alcoolismo, tossicodipendenza, cibo, sesso, gioco d’azzardo…)
Þ
raccolta
cartella clinica (dati personali, trattamenti precedenti)
Þ
assessment
psicologico clinico globale
Þ
valutazione
della disponibilità al cambiamento: colloquio motivazionale, questionari
motivazionali (Miller & Rollnick)
Þ
valutazione
dello stadio attuale della dipendenza. (scale tipo Jellinek)
Þ
pianificazione
personalizzata di un progetto di cambiamento (eventuale necessità di detox,
livello di accettazione di un programma drug-free, livello di accettazione
dell’auto aiuto, eventuale coinvolgimento di altre persone significative,
problematiche socio-sanitarie, altro).
Þ
introduzione
del programma del trattamento e contratto terapeutico.
Ecco alcuni degli obiettivi su cui è possibile lavorare:
1) Aumentare nel
cliente l’accettazione della responsabilità per il cambiamento del suo
comportamento
I risultati dell’assessment vengono direttamente utilizzati come
feedback. Questo offre al cliente l’opportunità di sviluppare la
consapevolezza del proprio problema, rivalutando sé stesso attraverso le
informazioni che egli stesso ci ha fornito. Il lavoro procede con la stesura
individuale della storia della dipendenza, che aiuta ad identificare la
progressione, i fenomeni di tolleranza e di perdita di controllo (incapacità
di astenersi o di pianificare e controllare i comportamenti relativi al campo
di dipendenza), e le conseguenze negative della dipendenza, su diversi
livelli: conseguenze fisiche, legali, sociali, sessuali,
psicologiche, finanziarie.
Ai clienti viene proposto un questionario relativo al primo dei 12
Passi che dice:
“Noi abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte
a ________
e che le nostre vite erano divenute ingovernabili”
Si tratta di una serie di domande aperte, in cui il cliente viene
invitato a riportare esempi specifici di ciò che è avvenuto durante la
dipendenza, di come si comportava, di quali sono stati i costi e le
conseguenze del suo comportamento. Il cliente ha la possibilità di valutare i
tentativi di controllarsi o limitarsi, e le pressioni sociali a cui si è
sottoposto per mantenere invariato il suo comportamento.
Il
questionario viene letto personalmente dal cliente assieme al counselor,
lasciando ampio spazio agli aspetti emotivi. Ciò sostiene e rinforza il
riconoscimento e il superamento della negazione,
oltre a suscitare un buon livello di attivazione emotiva che facilita la
rivalutazione di sé. In termini di modello motivazionale questo permette di
verificare come rispetto ad uno stadio di contemplazione
ci si trovi adesso in uno stadio di determinazione
al cambiamento.
2) Aumentare
la fiducia nella possibilità di un cambiamento.
Dopo
avere raggiunto la sobrietà definita si lavora su questionari elaborati per
approfondire i concetti espressi nel secondo e nel terzo passo:
“Noi siamo giunti a credere che un Potere più
grande di noi stessi
avrebbe potuto riportarci alla ragione.”
“Noi abbiamo preso la decisione di affidare la
nostra volontà e la nostra vita
alla cura di Dio, come noi abbiamo potuto
concepirlo.”
Lo scopo di questi questionari è aiutare il cliente ad individuare e
riconoscere l’assenza di lucidità e chiarezza di giudizio associata alla
dipendenza, e la perdita o l’allontanamento dalla dimensione cosiddetta
“spirituale”, descritta come l’aspetto interiore della persona, i gusti
e le caratteristiche che rendono ciascun individuo un elemento unico ed
irripetibile.
Attraverso una serie di 6 brevi questionari (3-4 domande ciascuno)
elaborati da Miller & Rollnick, adattati in italiano con il permesso degli
autori, aiutiamo il cliente a fare un bilancio tra gli aspetti positivi e
negativi del comportamento dipendente e del recupero, esplorando gli obiettivi
possibili e pianificando un cambiamento personalizzato e realistico.
Contemporaneamente
si cerca di individuare una rete significativa di relazioni di aiuto che
possano agevolare e sostenere il cambiamento desiderato. In termini
motivazionali, questo corrisponde al passaggio da uno stadio di determinazione allo stadio dell’azione vera e propria.
In questa fase cominciano ad essere utilizzate anche le tecniche della
Terapia Razionale Emotiva di Albert Ellis, per individuare, discriminare e
discutere le convinzioni irrazionali relative alla dipendenza e al recupero.
Lavorando sulle idee irrazionali (“è insopportabile, intollerabile,
impossibile, inutile, ecc.) si ottiene un significativo aumento della fiducia
nei clienti rispetto alle loro possibilità di cambiare, e si osserva una
diminuzione delle aspettative di catastrofe e dei pensieri di doverizzazione e
demonizzazione.
3) Ridurre la negazione dei problemi correlati alla dipendenza, aumentare
la conoscenza di questi problemi, aiutare il cliente ad accettare la
dipendenza come malattia
Anche questo è un risultato diretto della applicazione di tecniche RET,
partendo dalla considerazione di eventi reali della vita dei clienti, così
come essi li riportano. Inoltre viene utilizzato materiale scritto (libri,
dispense, traduzioni) riguardante gli effetti e i danni causati dalle
dipendenze. Le discussioni suscitate da questo materiale permettono di
evidenziare le resistenze, che vengono “assecondate” secondo il modello
motivazionale.
Ciò
significa che riluttanza e ambivalenza non sono viste come “opposizione”,
ma sono riconosciute come aspetti naturali e comprensibili.
Il
cliente viene coinvolto attivamente in un processo di problem solving, senza
subire l’imposizione di obbiettivi o soluzioni.
4) Facilitare una esperienza spirituale nel recupero e facilitare
l’impegno a frequentare le riunioni dei gruppi di auto aiuto (AA, NA, OA,
CoDA, FA, Al-Anon), trovare uno sponsor e lavorare i 12 Passi. Identificarsi
con le persone in recupero.
Pur non rappresentando in alcun modo nessuna delle associazioni che
utilizzano i 12 Passi, e senza mai parlare ufficialmente a nome di queste
associazioni riteniamo che i gruppi di auto aiuto costituiscano una valida
risorsa sul territorio, e possano offrire ai nostri clienti la possibilità di
strutturare a lungo termine il loro recupero personale. La nostra posizione è
ben rispecchiata da un articolo di W. R. Miller e E Kurtz comparso sul Journal
of studies on alcohol del Marzo 1994.
Per aiutare i clienti a rendersi attivi nelle associazioni di auto
aiuto facciamo riferimento ai principi della Twelve Step Facilitation Therapy,
come descritta nel manuale del progetto MATCH del National Institute on
Alcohol Abuse and Alcoholism (NIAAA), di cui abbiamo curato la traduzione
italiana.
5) Preparare il cliente ad affrontare la ricaduta e a smettere di porre in
atto quei comportamenti che rinforzano positivamente la dipendenza
Nel trattamento delle dipendenze la ricaduta è un fenomeno che non può
essere ignorato o trascurato.
Il programma di trattamento è impostato sulla completa e totale
astinenza da tutte le sostanze psicoattive, incluso l’alcool. Di conseguenza
l’uso di una qualsiasi sostanza è considerato una ricaduta. Per le altre
dipendenze una parte del lavoro consiste nel definire la sobrietà in ciascun
caso.
La ricaduta viene presentata come un fenomeno cognitivo e
comportamentale, esito di un processo progressivo legato ad alcuni meccanismi,
introdotti e discussi nel trattamento (Bassa Tolleranza alla Frustrazione,
Decisioni Apparentemente Irrilevanti e Effetto di Violazione dell’Astinenza,
Cummings, Gordon & Marlatt, 1980).
Attraverso le tecniche RET cerchiamo di facilitare il riconoscimento
degli eventi attivanti, anche attraverso tecniche immaginative (Rational
Emotive Imagery), e di fornire adeguate strategie di coping per tali
situazioni.
Il modello motivazionale suggerisce di aiutare il cliente a scoprire da
solo come e perché può cambiare, e le tecniche RET aiutano a restare
centrati su scopi realistici e raggiungibili.
6) Aiutare il cliente a comprendere che la maggior parte dei problemi
sociali e personali possono essere attribuiti alla dipendenza; il recupero è
un processo che dura tutta la vita e richiede l’aiuto degli altri
Noi pensiamo che sia utile rimanere centrati sulla dipendenza come
problema primario. Il trattamento è breve, ma l’obbiettivo è porre le basi
per un recupero a lungo termine. Eventuali altri problemi potranno essere
affrontati dopo avere raggiunto una sobrietà stabile e sicura. Incoraggiamo i
nostri clienti a cercare l’aiuto di altri professionisti per problemi
diversi dalla dipendenza: problemi legali, finanziari, familiari, sociali, di
emancipazione e crescita personale. Tali questioni non sono l’obbiettivo del
trattamento, ma possono essere risolte, quando presenti, solo dopo che si è
intervenuti sulla progressione della dipendenza.
7) Promuovere e sostenere l’assunzione di responsabilità personale nel
mantenimento del recupero
Durante il trattamento il concetto di responsabilità è inteso come la
facoltà di soddisfare i propri bisogni in modo tale da non privare gli altri
della libertà di soddisfare i loro bisogni personali.
Noi non riteniamo i clienti completamente responsabili del loro
passato, ma pensiamo che possano diventare membri accettabili e responsabili
di questa società attraverso l’impegno nel recupero personale e sociale. Il
lavoro specifico per l’elaborazione di questi obbiettivi di autovalutazione
e acquisizione di responsabilità personale viene sviluppato attraverso il
quarto dei Dodici Passi:
“Noi abbiamo fatto un inventario morale profondo e
coraggioso di noi stessi”
Per aiutare i clienti ad affrontare questo Passo e ad intuire
l’esatta natura dell’ “inventario morale”, proponiamo un questionario
strutturato su diversi livelli, che attraverso domande aperte e richieste di
esempi specifici permette di valutare nell’ordine:
1.
il
disagio
2.
la
rabbia
3.
la
paura
4.
la
vergogna
5.
la
tristezza
6.
la
solitudine e l’isolamento
La riflessione sul Quarto Passo e sugli esempi specifici riportati dal
cliente permette di affrontare:
1.
Bisogni
fondamentali
2.
Emozioni
3.
Comunicazione
e relazioni familiari
4.
Relazioni
con l’autorità
5.
Responsabilità
e processi decisionali
6.
Aspirazioni
lavorative
7.
Compulsioni
sessuali
8.
Nutrizione
9.
Rilassamento,
stress e ricaduta
10.Resistenza al cambiamento
11.Affermazione di sé
12.Relazione con il denaro e gestione delle
finanze personali
In questa fase del lavoro si entra in contatto con gli aspetti profondi
della personalità, con quelli che gli AA chiamano “difetti di carattere”,
sovrapponibili alle idee irrazionali di Ellis o agli schemi disfunzionali di
Beck. Da un punto di vista umano, significa affrontare i meccanismi e gli
automatismi appresi, riconoscere le difficoltà, i blocchi e gli ostacoli, e
individuare le risorse realmente presenti e utilizzabili.
Al termine di questo lavoro, che si concretizza con la condivisione
dell’inventario (Quinto Passo: “Noi
abbiamo ammesso davanti a Dio, a noi stessi e ad un altro essere umano la natura
esatta dei nostri torti”), l’individuo si trova ad avere realizzato
un piano responsabile per il proprio recupero personale, e dovrebbe essere in
grado di proseguire la sua crescita con l’appoggio dei gruppi di auto aiuto.
Ciò si può verificare anche prima, ed è fondamentale che il terapeuta non
pretenda di guidare il cliente nel Quarto Passo se egli non lo desidera. Il
ruolo del terapeuta è quello di aiutare il cliente a trovare uno sponsor, non
sostituirsi ad esso. Se il cliente è attivo in una fratellanza dei 12 Passi e
mantiene la sobrietà definita, la relazione terapeutica non ha motivo di
prolungarsi. Se il cliente lo desidera, è possibile approfondire il lavoro,
centrandosi sugli aspetti emotivi, psicologici e spirituali, mantenendo una
seduta settimanale o quindicinale di revisione per alcuni mesi.
(Carlo
Fornesi)
LA
TERAPIA FAMILIARE NELLE TOSSICODIPENDENZE: QUALE MODELLO UTILIZZARE IN UN
CONTESTO PUBBLICO. SERT A.S.L. 4 CHIAVARESE
Dott.
Giannino
Ulivi, Responsabile
“Centro di Consulenza e Terapia Familiare”
Sert A.S.L. 4
Chiavarese
Dott.
Corrado Barbara, Psicologa volontaria
Sert A.S.L. 4
Chiavarese
Sommario
La popolazione di soggetti con problemi di
abuso di sostanze che si rivolgono ad un servizio pubblico è molto varia per
storia, tentativi di risoluzione precedenti,
livello motivazionale e risorse del contesto attivabili. Inoltre spesso
chi chiede aiuto è diverso da chi lo necessita e i bisogni presentati sono
diversi a seconda del livello motivazionale presentato. Un Centro di Consulenza
e Terapia Familiare di un SerT.
deve quindi impostare un lavoro flessibile, attento alla domanda presentata e
alla sua modificazione e integrato con le altre attività del servizio e avendo
come riferimento quanto, da un punto di vista teorico, oggi la terapia familiare
mette a disposizione. Il lavoro presentato è la modalità operativa del nostro
Centro di Consulenza e terapia Familiare inserito presso il nostro SerT. e
attivo da circa un anno.
Summary
The population of subjects substance abusers that address to a public service is very varied for history,
attempts of resolution precedents, motivational level and facilities of the
context. Additionally often who asks help is
different from who necessitates it
and the presented needs are different according to the motivational presented
level. A Center of Consulence and Family Therapy of a SerT. is obligates to plan
a flexible work, attentive to the presented question and to his
modification and integrate with the other activity of the service and having
like reference as, from a point of theorist view, today the family therapy puts
to disposition. The presented work is the operational formality of our Center of
Consulence and Family therapy inserted by our SerT. active now from around a
year.
Résumé
La population des toxicomanes
qui s’adressent au service public de toxicomanie est beaucoup differénte
pour histoire, tentatives de rèsolution précédents,
niveau de motivation et ressources du contexte. En outre souvent qui appele à l’aide
est differént du patient et les besoins presentés sont differents d’àpres
du niveau de motivation présentè. Un Centre de Consultation et de Thérapie
Familier de un Service public des toxicomanies doit donc organiser un travail
flexible, attentif à la question présentè et a la sa modification et compléte
par les autres activitès du service et avoint comme référence combien, de
un point de vue théorique ,
aujourd’hui la thérapie familier propose. La publication présenté est la
modalité de fonctionnement du notre Centre de Consultation et de Thérapie
familier inseriré chez notre Service des toxicomanies qui est activé à peu près
de une annéè.
INTRODUZIONE
Il movimento di terapia familiare, nel vasto universo
degli orientamenti terapeutici, ha avuto una sua precisazione sempre più
documentata riguardo a quei fenomeni di sofferenza che interessano giovani figli
in quella fase delicata dell’individuazione e autonomizzazione dalla famiglia
di origine che chiamiamo adolescenza ( Gurman e Kniskern, 1978 ).
Tali situazioni sono frequenti, secondo la lettura
sistemica, sia in chi presenta esordi nevrotici o psicotici o disturbi
alimentari di tipo anoressico o bulimico o inizia il consumo di sostanze
stupefacenti ( Todd e Selekman, 1991).
I modelli di
terapia familiare sono ormai numerosi e si prefiggono obiettivi diversi :
a.
I cultori della terapia breve del M.R.I. si prefiggono la risoluzione del
sintomo
b.
I terapeuti trigenerazionali o contestuali, pensano di dover approfondire
la storia e i vissuti della famiglia,
c.
Gli operatori orientati in termini strategico-strutturale
ritengono importante mutare le regole che governano la famiglia
d.
I sistemici puri, ragionano in termini “ costruttivi” e pensano
utile e necessario, attraverso un corretto uso del linguaggio, lavorare
sull’area dei significati, oltre che sui pregiudizi del terapeuta, della
famiglia e del contesto allargato ( Cecchin
G, Lane G., Roy A., 1994 ).
Nonostante questa grande messe di contributi ormai
verificati con ricerche sui processi e sui risultati, continua ad essere
predominante una lettura moralistica e individuale del problema
tossicodipendenza ( o alcooldipendenza) con conseguente proposta di intervento
prevalentemente “da
stigmatizzare socialmente o medicalizzare”.
Tutti gli studi sui risultati dei trattamenti con
pazienti tossicodipendenti hanno dimostrato l’utilità di un trattamento
integrato dove l’intervento farmacologico viene affiancato con una presa in
carico della storia del cliente e del contesto
familiare.
La ricerca recente ha rivelato che i trattamenti e
interventi sistemici sulla droga sono efficaci nel far uscire dal consumo i
pazienti e soprattutto nel mantenerli in trattamento. L’indice di ritenzione
in trattamento, vale a dire la percentuale di pazienti incontrati che persistono
ad essere seguiti dal servizio nel tempo, è l’indice più altamente correlato
col buon esito. Inoltre, i pazienti
trattati soltanto individualmente o in mantenimento metadonico o in psicoterapia
o in una esperienza comunitaria, se il loro sistema familiare non cambia, hanno
alte probabilità di riassumere gli stessi ruoli che precedentemente hanno
favorito l’instaurarsi della tossicodipendenza.
Vi sono
ancora troppi casi in cui i trattamenti
sono limitati al paziente, senza una lettura sistemica della tossicodipendenza
con conseguente presa in carico della storia familiare.
Da ciò
consegue che il cambiamento di un solo
elemento del sistema, il tossicodipendente,
avviene spesso in superficie come decondizionamento dal sintomo .
Tale modificazione, però, non è sempre sufficiente a mettere in crisi i
vecchi equilibri che hanno creato quella
sofferenza che ha consentito alla droga di assumere un significato fortemente
anestetico. ( Lewis R., Piercy F.,
Sprenkle D., Treppert., 1991).
Le stesse ricerche hanno ipotizzato che l’abuso di
droga può servire a mantenere insieme i genitori o a raggiungere l’obiettivo
di far interrompere un litigio tra loro, oppure a rimandare nel tempo la fase
dolorosa e delicata dell’autonomizzazione e dell’ individuazione
adolescenziale. Allo stato delle conoscenze attuali esistono quattro ben
definite terapie familiari con importanti fondamenti sperimentali nel campo
delle tossicodipendenze che sono
:la terapia strutturale, strategica, funzionale e comportamentale.
( Cirillo S., Berrini r.,
CambiasoG., Mazza R., 1996 )
Esistono però evidenze cliniche che testimoniano che
i tradizionali interventi strategico-strutturali e comportamentali sono
insufficienti qualora esistano serie difficoltà coniugali con comportamenti
devianti dei figli ( Karoly e Rosenthal,
1977).
Tali interventi infatti si limitano a realizzare
modifiche che non toccano la profondità dei significati e a dare senso ad
avvenimenti storici come invece permettono il modello trigenerazionale, quello
sistemico-cibernetico di M.White, il modello sistemico-costruttivista di Milano
e l’approccio del “Reflecting team” (Cirillo
S., Berrini r., CambiasoG., Mazza R., 1996; Todd C., Selekman M., 1991; Parry
A., Doan E.R., 1994).
MODELLO
DI INTERVENTO
In merito all’efficacia degli interventi di terapia
familiare si è passati da un
tentativo di confrontare i diversi modelli ,all’interesse di sapere non tanto “
quale terapia è migliore delle altre” in assoluto, ma piuttosto alla
ricerca di modelli terapeutici più adatti e utili per un certo contesto
familiare in rapporto al suo stato
motivazionale.
L’integrazione del modello sistemico con quello
motivazionale che crea differenze in base al modo con cui la famiglia e il
paziente designato si posizionano in merito
al problema della tossicodipendenza, appare
una variabile importante, specie in un contesto pubblico, per definire quali
modelli di intervento possono essere appropriati
( Ulivi
G., 1996).
L’intento del nostro lavoro clinico è anche una
ricerca-intervento al fine di individuare quale tipo di modello è più
appropriato, non solo in base alle risorse della famiglia, ma anche in base alle
problematiche diverse che si pongono a seconda del problema presentato.
La nostra ipotesi di partenza è che gli interventi
strutturali strategici, per esempio, siano utili per un rapido controllo del
sintomo, mentre gli interventi sistemico-costruttivisti siano più adeguati in
caso di ricadute o in storie
cronicizzate ,mentre un lavoro
trigenerazionale sia più utile per elaborare una sofferenza su cui si può
innestare un processo di ricaduta.
I nostri assunti di base li possiamo elencare così :
1.
Accento
posto sul presente e sul futuro oltre che al passato.
In una fase iniziale di ingaggio della famiglia, il
controllo del sintomo assume un significato importante al fine di costruire
un’ alleanza terapeutica che consenta ,in un secondo tempo, di intervenire
sulla storia familiare e arrivare pertanto
alle radici della sofferenza. Gli orientamenti che leggono i giochi
familiari e quelli che ipotizzano
scenari futuri sono più utili per creare una motivazione del contesto.
2.
Scarsa
importanza attribuita all ’ insight ; si ricorre invece a una ristrutturazione
positiva
Anche questo assunto è importante per l’aggancio e
le prime sedute. La ristrutturazione positiva consiste nel dare valore al
sintomo e connotare positivamente il contesto come risorsa.
3.
Il
miglioramento deriva da mutamenti interpersonali
La scomparsa del sintomo è breve e non definitiva se
non si accompagna a mutamenti nel relazionarsi e percepirsi dei componenti del
sistema familiare.
4.
I piccoli
cambiamenti sono positivi
Nel procedere nel trattamento è importante
enfatizzare i segnali di cambiamento anche se piccoli e gli ostacoli che vi si frappongono anche pregiudiziali.
5.
Sfruttare
le risorse familiari
La famiglia è una risorsa, ogni presenza è
importante per la raccolta di informazioni e per l’intervento che è mirato
non solo sul paziente designato.
6.
Sfruttare
ciò che pragmaticamente dimostra di funzionare
E’ importante analizzare precedenti tentativi di
soluzione al fine di non percorrere strade già provate e inconcludenti, ogni
storia ha un suo percorso che va costruito insieme alla famiglia e all’équipe
di supervisione sapendo cogliere i risultati pratici di certi interventi non
sottovalutando la creatività della famiglia.
7.
Diminuire
la complessità; sbrogliare la rete di figure assistenziali
Spesso esiste una confusione tra l’inviante, il
comittente e il cliente. Talvolta al servizio pubblico viene chiesta una
funzione di controllo che rischia, se non riconosciuta e tenuta in
considerazione, di invalidare od ostacolare il trattamento. Diversi servizi
spesso lavorano sullo stesso caso, S.S.M., consultorio, Sert con compiti e
obiettivi diversi. E’ importante quindi ripetutamente ridefinire le
aspettative del cliente e della sua famiglia : compito cui deve assolvere la
terapia familiare al fine di tener chiari e distinti i diversi livelli in cui si
opera.
8.
La
terapia è relativamente a breve termine
La durata di un
intervento è in media di dieci, dodici sedute a cadenza mensile. La risoluzione del sintomo non determina
la cessazione dell’intervento: occorre anzi continuare a seguire nel tempo la
famiglia con sedute bi o trimestrali per mantenere in trattamento il caso e per
stabilizzare i cambiamenti avvenuti.
9.
Il
terapeuta gioca un ruolo attivo
Si intende per ”terapeuta “ tutta l’équipe che
segue il caso e per “attività “ il terapeuta che,con il suo stile
particolare, conduce le sedute avendo in testa un progetto o ipotesi che fa da
traccia o matrice all’intervento. L’attività è più facilmente mantenuta
con l’utilizzo dello specchio unidirezionale e la supervisione diretta da
parte di altri operatori.
10. Ogni
soluzione è specifica per ciascuna famiglia
Intendiamo dire con questo che ogni percorso
terapeutico costruisce una storia singolare e unica che richiede la capacità di
non fossilizzarsi dietro ad un’unica teoria
,ma la flessibilità di usare quanto oggi abbiamo a disposizione che sia utile
in quel momento specifico per quella particolare famiglia.
Riteniamo che tale approccio possa essere sufficiente
come protocollo di base per la generalità delle famiglie
(senza una lunga storia di trattamenti falliti )che si presentano al
nostro SerT, in quanto estremamente pragmatico, orientato al sintomo e in grado
di attivare le risorse presenti piuttosto che indugiare sulla patologia con
effetti di riduzione del rischio di cronicizzazione.
Appare quindi il trattamento di elezione per i nuovi
casi e per le situazioni in cui un adolescente consuma non solo eroina,
ma anche le cosiddette “nuove droghe” tipo ecstasi e stimolanti dai
minori ( cannabis) ai maggiori ( cocaina).
Per le storie più compromesse e con numerosi
fallimenti e conseguente cronicizzazione (che sono quelle più numerose e che
appesantiscono i servizi pubblici )appaiono più indicati trattamenti di tipo
sistemico- costruttivista e di tipo trigenerazionale.
La popolazione che afferisce ad un servizio pubblico
che può avvalersi di una consulenza o una terapia familiare è estremamente
variegata e richiede quindi un intervento diversificato e il più adeguato
possibile a seconda della storia, dei tentativi di risoluzione precedentemente
intrapresi, delle risorse familiari e della ,motivazione del paziente e della
famiglia a mettersi in gioco.
In linea di massima ipotizziamo di poter distinguere
i seguenti sottogruppi:
·
Nuovi
accessi col problema della cessazione del sintomo
·
Storie
cronicizzate in trattamento col metadone
·
Storie
che presentano una ricaduta dopo un periodo discreto di drug- free
·
Storie,
che superato il sintomo ,presentano problematiche relazionali e di reinserimento
sociale
·
Storie
con adolescenti non ancora tossicodipendenti ma con comportamenti a rischio (
abbandono scolastico, fughe da casa, utilizzo occasionale di droghe minori,
storie di abuso sessuale o violenze)
·
Coppie di
genitori tossicodipendenti
E’ nostra convinzione che il lavoro avviato col contesto del paziente, sia utile se non
è avulso da quanto effettuato da altri operatori o servizi, in quanto è una
risorsa in più (diagnostica e di intervento) da offrire a tutti ,sia operatori
che membri significativi della famiglia ,che
circondano il paziente secondo una visione sistemica del problema che crea il
sistema. (Goolishian.H,Anderson
H., Winderman L,1986)
STRUMENTI
E RISORSE UTILIZZATE
Il suddetto lavoro di ricerca -intervento si svolge
presso la sede del SerT A.S.L. 4
Chiavarese di Sestri Levante ,dotata di Centro di Consulenza e Terapia Familiare
con specchio unidirezionale e possibilità di videoregistrazione. L’équipe è
formata dallo scrivente in qualità di responsabile e da una équipe di
psicologi e psicoterapeuti tra cui alcuni tirocinanti della Scuola del Centro di
Terapia della Famiglia di Milano di Boscolo L. e Cecchin G. e una volontaria con
formazione presso “ Il Nuovo Centro di Terapia della Famiglia” di Mara
Selvini Palazzoli
CONCLUSIONI
Considerata la variegata
popolazione ( per problematiche, motivazioni e risorse presentate)
che si rivolge ad un servizio pubblico, ci sembra necessario che il primo
compito di una équipe di intervento familiare sia valutare le modalità più
appropriate di attivazione delle risorse familiari e di aggancio
terapeutico del paziente e del suo contesto ( Ray A.W., KeeneY B.,
1993).
E’ anche importante riuscire a costruire un modello
di intervento che permetta di definire quali tecniche di conduzione delle sedute
siano più adeguate alle diverse storie familiari, ai precedenti tentativi di
risoluzione e al ciclo vitale della famiglia : ciò
servirebbe ad evitare la cronicizzazione del problema e a superare il clima
di rassegnazione e di sconfitta che le storie con numerosi precedenti fallimenti
ingenera nei pazienti e nei terapeuti stessi. .
BIBLIOGRAFIA
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cybernetics of prejudices in the practice of psychotherapy,
Karnac
Books, London 1994
2.
Cirillo S., Berrini R., Cambiaso G., Mazza R., La
famiglia del tossicodipendente, Raffaello Cortina editore, Milano 1996
3.
Goolishian H., Anderson H., Winderman L., Problem determined System:
Trasformations in family therapy, in Journal of strategic and systemic therapies,
Family Process,5, 1986
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Gurman A.S., Kniskern D.P., Research
on marital and family Therapy Progress, Perspective and prospect
in Garfield e Bergin Handbook
of psychotherapy and behavior Change: an Empirical Analysis, Wiley, New-York,
1978
5.
Karoly P., Rosenthal M., Training
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6.
Lewis R. ,Piercy F., Spenkle D., Trepper T., The Purdue Brief Family Therapy Model for Adolescent Substance Abusers
in Todd ,C.T. e Selekman M.D.Family Therapy Approaches with Adolescent substance
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Parry A. ,Doan R. E.” Story
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8.
Ray A .,Keeney B.,” Resource
focoused therapy” ,Karnac Books, London 1993
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Todd C. T. ,Selekman M. D. ,“Family
Therapy Approches with Adolescent substance abusers”. Allyn and Bacon,
Boston 1991
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Todd C.T., Selekman M.D., “Beyond
structural –strategic family therapy” in Todd and Selekman Family
Therapy Approaches with Adolescent Substance Abusers, Allyn and Bacon, Boston
1991
11.
Ulivi G., Approccio motivazionale,
modello sistemico-costruttivista: due riferimenti per un lavoro integrato sul
tossicodipendente e la sua famiglia, Personalità/dipendenze, Vol 2, Fasc.
1, 1996
I
gruppi di auto aiuto: invio, facilitazione e sostegno al programma dei “12
Passi”;
il
ruolo del professionista.
Carlo
Fornesi,
Psicologo Psicoterapeuta,
Introduzione
In questo lavoro non farò riferimento a tutte le organizzazioni ed
associazioni di auto aiuto presenti sul territorio, ma centrerò l’attenzione
su Alcoolisti Anonimi, una fratellanza che affronta il problema
dell’alcoolismo nel mondo dal 1935 (Alcoholics
Anonymous, 1976).
E’ importante che i professionisti che si
occupano del trattamento dell’alcoolismo e svolgono ricerche su questo
problema abbiano una chiara ed accurata comprensione della natura e dei principi
di Alcoolisti Anonimi. Io non parlo a nome di Alcoolisti Anonimi e non la
rappresento in alcun modo. Queste riflessioni sono basate sulla letteratura
scientifica disponibile sull’argomento e sulla letteratura di Alcoolisti
Anonimi stessa, oltre che sull’esperienza pratica della Associazione Arcadia
di Genova (Filippis & Fornesi, 1996),
che da anni si occupa di dipendenze secondo un approccio basato anche sui 12
Passi. Ringrazio Arcadia per tutto ciò che mi ha permesso di imparare e per le
risorse umane e bibliografiche che ha messo a mia disposizione.
La valutazione
Quando una persona ritiene di avere un problema con l’alcool e decide
di rivolgersi ad un servizio pubblico ha sempre
delle aspettative. Come prima cosa è importante conoscere e valutare tali
aspettative, che possono essere la terapia farmacologica, la psicoterapia, i
“miracoli” e soprattutto il fallimento. Il compito dello psicologo è di
approfondire e discriminare le idee (razionali e irrazionali) che sostengono
tali aspettative, (Ellis, 1989)
aiutando il cliente ad identificare 1) se esiste
un problema con l’alcool; e 2) se è
quello il problema che il cliente vuole affrontare.
E’ essenziale che questa procedura di
valutazione venga svolta con cura in ogni caso, perché è quella che sostiene
in maniera diretta la motivazione del cliente. In questo senso sono molto utili
le tecniche del colloquio motivazionale (Motivational Interviewing) descritte da
Miller & Rollnick (1991).
Anche Bill Wilson, co-fondatore degli
Alcoolisti Anonimi, ha dato chiare indicazioni rispetto al “lavorare con gli
altri” (Alcoholics Anonymous, 1976, cap. 7): “Se
non vuole smettere di bere, non cercate di convincerlo. Potreste non avere
un’altra opportunità. Se non vuole vedervi, non costringetelo a farlo.
Abbiate cura di non identificarlo come alcoolista. Lasciate che sia lui ad
arrivare alle sue conclusioni. Non dovrebbe sentirsi spinto o incitato da voi,
da sua moglie o dai suoi amici.” Queste indicazioni, date da un alcoolista
agli altri alcoolisti, hanno un grande valore anche per i professionisti, che
non riescono quasi mai ad esercitare con successo qualsiasi tipo di coercizione.
La spinta al recupero per l’alcoolista viene dall’essere “addolorato
e stanco di essere addolorato e stanco”, e solo un ascolto empatico,
riflessivo e il più possibile libero da giudizio può fare emergere questa
consapevolezza.
L’invio in
AA
Una volta che la persona ha riconosciuto l’alcool come problema ed è
consapevole di avere bisogno di aiuto è responsabilità del professionista
proporre una lista di possibili soluzioni e lasciare che sia il cliente a
scegliere. (Miller & altri, 1992) Per
questo è opportuno essere adeguatamente aggiornati rispetto a tutte le realtà
territoriali, centri di trattamento, centri di ascolto e assistenza sociale,
assistenza medica, gruppi di auto aiuto per alcoolisti e per familiari.
E’ opportuno fornire indicazioni scritte,
con indirizzi, numeri di telefono e orari delle riunioni o delle attività, e
pianificare chiaramente con il cliente dove intende andare e quando.
Se il cliente sceglie di provare una
riunione AA, è utile descrivergli che cosa accadrà, come sono strutturate le
riunioni, quanto durano e a che cosa servono.(NIAAA,
1992) Il modo migliore per potere fare questo è avere assistito a una o più
riunioni AA. Esistono riunioni aperte a tutti, ed è a mio parere essenziale che
i professionisti del campo le conoscano e le frequentino. Ciò permette di
acquisire familiarità con il percorso di crescita e cambiamento che si sviluppa
attraverso i suggerimenti contenuti nei 12 Passi, valutando correttamente le
manifestazioni comportamentali, emotive, cognitive e spirituali che il cliente
presenta nel corso del suo recupero. Secondo le osservazioni di Miller &
Kurtz (1994), AA non è un programma di auto
aiuto, ma un programma basato sull’aiuto di
Dio. I 12 Passi sono un percorso di crescita individuale che avviene
attraverso la frequenza alle riunioni, l’uso di uno sponsor, cioè un membro
della fratellanza che sia in recupero da più tempo e svolga il ruolo di guida
nel lavoro dei Passi, l’identificazione con altri alcoolisti in recupero, e la
pratica quotidiana (Solo Per Oggi) di
alcune semplici azioni (non prendere il primo bicchiere nelle prossime 24 ore,
chiedere aiuto e accettarlo) e di alcuni principi “spirituali” (onestà,
apertura mentale, buona volontà, umiltà, disponibilità, ecc).
Il terapeuta deve avere familiarità con i
principi della sponsorizzazione e con l’uso del telefono come terapia: il
cliente dovrebbe chiedere quanti più numeri di telefono possibile alle riunioni
AA e usarli ogni volta che ha voglia di bere, ogni volta che qualcosa non va,
dopo avere avuto una scivolata (il più presto possibile), quando si sente solo,
arrabbiato o stanco, quando si sente soverchiato dai problemi della vita, quando
si sente soddisfatto (o compiacente) nei confronti della sua sobrietà.
La terapia del telefono ha una lunga
tradizione in AA. Assieme a “frequentare le riunioni” e “trovare uno
sponsor”, usare il telefono è una delle pietre angolari del recupero. E’
utile rassicurare il paziente del fatto che i membri di AA si aspettano di dare
i loro numeri di telefono e si aspettano di ricevere chiamate. Spesso non c'è
neppure bisogno di spiegare il motivo della chiamata. I clienti dovrebbero
essere preparati a sentirsi chiedere il loro numero di telefono.
Il ruolo dello
psicologo
Il ruolo di uno psicologo o di uno psicoterapeuta in questa situazione può
e deve essere di “facilitazione”, cioè principalmente non ostacolare il
processo di recupero che si verifica in AA, supervisionando la frequenza ai
gruppi nel rispetto dell’anonimato e della riservatezza degli altri membri,
occupandosi di pianificare il modo in cui il cliente sceglie di rendersi attivo
nella fratellanza, e aiutandolo a risolvere eventuali problemi specifici, dopo
che una sobrietà stabile sia stata raggiunta. Il terapeuta non può e non deve
sostituire l’aiuto che l’alcoolista può ricevere da un altro alcoolista in
recupero, basato sulla condivisione delle esperienze, di ciò che ha funzionato
per lui; non può essere uno “sponsor”, ma deve restare professionale
nell’approccio ai singoli, problemi, offrendo supporto ai processi decisionali
del cliente.
Attraverso il lavoro dei 12 Passi, gli
elementi problematici, irrisolti, conflittuali o difettuali del cliente emergono
spontaneamente, ciò su cui è utile lavorare in seduta è la motivazione a
continuare il proprio recupero, o a ricominciare dopo una ricaduta, che può
verificarsi e, di fatto, si verifica in molti casi.
Anche dopo periodi di sobrietà più o meno
lunghi (alcuni mesi, a volte perfino anni), è possibile osservare i sintomi che
precedono una ricaduta. Nel gruppo AA non si viene giudicati, valutati, ammoniti
o rimproverati: l’unico requisito per essere membri è il desiderio di
smettere di bere. Non ci sono tempi prestabiliti per fare i vari Passi, né per
operare determinati cambiamenti nei comportamenti e negli atteggiamenti. Il
compito di uno psicoterapeuta che lavora alla facilitazione dei 12 Passi è
aiutare il cliente a riconoscere da solo i meccanismi che possono portare alla
ricaduta, identificando persone , posti, luoghi, routine, emozioni e
comportamenti che causano disequilibrio nella vita dell’alcoolista.
Quando si presenta il materiale sui Passi,
l’atteggiamento terapeutico migliore è essere franchi e non giudicare. Il
terapeuta deve credere nel modello dell’alcoolismo come malattia, e che
l’alcoolismo è una malattia che colpisce il corpo, la mente e lo spirito. Il
terapeuta deve essere preparato al fatto che il paziente farà resistenza a
queste idee, come sottolinea chiaramente il “Grande Libro”. I pazienti
possono criticare o svalutare AA e i 12 Passi, o possono tentare di trascinare
il terapeuta in una discussione per chiarire se l’alcoolismo è realmente una
malattia o se è possibile bere in maniera controllata. Possono tentare di
modificare lo svolgimento di questo programma, provando ad esempio a
trasformarlo in terapia della coppia o in psicoterapia psicodinamica. Si
consiglia al terapeuta di non lasciarsi coinvolgere in tali dibattiti, di non
reagire alle critiche in modo difensivo, e di non allontanarsi da questo
programma. E’ utile tenere a mente i punti seguenti:
·
L’obbiettivo
di questo programma è facilitare il coinvolgimento attivo del paziente in AA.
·
Il
terapeuta non ha bisogno di difendere AA - funziona molto bene da solo, e
continuerà a funzionare indipendentemente dal fatto che questo particolare
cliente ci creda o no.
·
Credere
nei 12 Passi o in un Potere Superiore può essere meno importante del semplice
andare alle riunioni, che dovrebbe essere l’obbiettivo principale.
·
L’alcoolismo
è una malattia potente ed astuta, ed è facile che i clienti insistano a fare a
modo loro, per il momento.
·
Ogni
giorno di sobrietà (e a volte anche ogni ora di sobrietà) è importante e
dovrebbe essere riconosciuto. Ogni volta che ci si trova di fronte ad una
ricaduta, è meglio pensare a quanti giorni (o ore) di sobrietà il cliente ha
trascorso dopo l’ultimo appuntamento.
·
L’alcoolismo
è una malattia che colpisce la volontà e porta gli alcoolisti a regredire,
diventando sempre più infantili (impulsivi, egocentrici), e con il tempo è
sempre più difficile affrontare questi aspetti. Questa è la loro malattia al
lavoro. E’ importante separare la malattia dalla persona che ne è colpita.
·
Un
paziente che si presenta ubriaco è un paziente che ha bisogno di sostegno
sociale. Il terapeuta non può essere una rete di sostegno e neppure uno
sponsor. Aiutate il paziente ad usare AA ogni volta che è possibile. Ad
esempio, incoraggiatelo ad usare il telefono.
I terapeuti dovrebbero rendersi conto che,
sebbene sia strutturato, questo programma di facilitazione non è inflessibile.
Ci si può aspettare che il paziente interpreti i concetti di AA presentati qui
alla luce della sua esperienza personale. Questo è coerente con l’approccio
AA, che lascia ampio spazio alla interpretazione individuale all’interno di
vaste linee guida. Per esempio, i 12 Passi fanno riferimento all’individualità
nella concettualizzazione del Potere Superiore (“come noi possiamo
concepirLo”). Allo stesso modo, ciò che per un paziente rappresenta
l’ingovernabilità (Primo Passo), può non avere alcun significato per un
altro. Non è importante che i paziente interpretino questi concetti allo stesso
modo; ciò che conta è il risultato finale: l’attivo coinvolgimento nella
fratellanza di AA.
Il terapeuta che lavora alla facilitazione
dei 12 Passi ha familiarità con le tradizioni di base di AA e le presenta,
assieme a diversi slogan, via via che questi sono appropriati al trattamento.
Questi slogan (tempo al tempo, un giorno alla volta, lascia andare, fallo per
finta finché non lo fai davvero, ecc. |